left n. 30, 29 luglio 2017

Fine vita e ius soli, perché la Chiesa dice no.

La concezione che vede contrapposti i diritti dell’uomo rivendicati dalla rivoluzione francese, e i diritti della persona che proverrebbero da dio, non è stata superata. Così come non si è mai pienamente affermata la dottrina dell’uguaglianza indipendentemente dal credo religioso

di Andrea Ventura 


    E così i centristi, che alla Camera avevano dato il loro assenso, non sono stati più disponibili a fornire alla legge sullo ius soli il sostegno per la sua approvazione al Senato. L’ostilità alla legge del Movimento 5 Stelle, della destra, e il mancato appoggio di una parte della maggioranza, hanno spinto il governo a rinviare a dopo l’estate. Non sappiamo se questo sia solo un rinvio, oppure segni la fine di quella legge, ma al di là delle ragioni contingenti che avrebbero indotto il governo a rinunciare, qualche domanda dobbiamo porcela. Come mai proprio i centristi, il partito più vicino alla Chiesa – che dunque sappiamo a quali sollecitazioni risponda – , ha cambiato posizione su questa scelta di civiltà. Come mai il cattolicissimo Mattarella ha espresso sollievo per la rinuncia del cattolicissimo Gentiloni? E perché, pur vedendo la legge con favore, su questo tema la Chiesa ha mantenuto un certo riserbo? Non invochiamo qui certo l’ennesima ingerenza, ma porci appunto qualche domanda sul fatto che il mondo cattolico sia stato così tiepido nei confronti della legge, fornendo infine un contributo decisivo alla sua mancata approvazione. E la risposta non è difficile da trovare.
    La dottrina cattolica considera come atti d’amore la carità, il sostegno alla sofferenza, l’aiuto ai bisognosi, ma quando si tratta dell’esercizio dei diritti e del principio di uguaglianza ha sempre mostrato estrema cautela. La ragione di ciò va individuata in un nodo di difficile scioglimento. Per la Chiesa, infatti, i diritti non provengono dalla sovranità popolare, dunque non sono connessi allo sviluppo della democrazia e all’esercizio della libertà, ma da Dio. E questo è un fatto che l’analisi della storia e del pensiero cattolico può facilmente accertare. Non solo la Chiesa ha sempre contrastato la concezione dei diritti dell’uomo come definiti dalla Dichiarazione del 1789 – affermando che la libertà di culto, di pensiero, di stampa, come anche l’idea che tutti gli uomini siano uguali, sono principi contrari alla religione cattolica –, ma anche quando, con la Rerum Novarum del 1891, Leone XIII ha riconosciuto alla “persona” alcuni diritti di tipo economico (giusto salario, vita dignitosa, diritto alla proprietà, contratti e protezioni nei luoghi di lavoro) egli è rimasto ben lontano dal sostenere quei diritti politici che erano lo strumento tramite il quale le classi subalterne potevano emanciparsi anche economicamente. È per questa sua opposizione alla libertà politica che la Chiesa si è sempre trovata a suo agio accanto alle peggiori dittature, da quella di Mussolini, a Franco (la cui costituzione fu a lungo considerata come modello ideale per i rapporti tra Stato e Chiesa), all’America latina.
    L’ostilità della Chiesa all’affermazione dei diritti dell’uomo prosegue fino al secondo dopoguerra, quando, dopo le catastrofi generate dalla loro negazione, con le discussioni e le lacerazioni tra i cattolici attorno ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite del 1948, e poi con Giovanni XXIII, si giunge al fatto che la Chiesa riconosce i diritti della “persona umana”, indicando però con questa dizione la necessità che i diritti dell’uomo rimangano subordinati ai diritti della persona: questi ultimi, in realtà, più che diritti dell’individuo sarebbero diritti di Dio, e di essi dunque la Chiesa vuole esserne l’interprete.La libertà e l’uguaglianza (tra uomini e donne anzitutto, ma anche tra battezzati e non battezzati, tra credenti e non credenti, tra ebrei – definiti fino al Concilio Vaticano II come “popolo deicida” – e cattolici, e via elencando) dunque, non sono temi che trovano spazio nella sua dottrina. Così, anche per questo, la Chiesa è a suo agio quando deve fare la carità, ma lo è molto meno quando si tratta di affermare un’uguaglianza nei diritti. Dunque la legge sulla cittadinanza può anche essere messa da parte.
    Certo, il mondo cattolico ormai è un mondo assai articolato: nel secondo dopoguerra si è mosso con relativa autonomia, portando grandi masse alla partecipazione alla vita politica dell’Italia post fascista; oggi le organizzazioni cattoliche svolgono un ruolo importante su diversi terreni, anzitutto quello dell’accoglienza, tema che, allo stato attuale, non può certo essere trascurato. Eppure quella concezione che vede contrapposti i diritti dell’uomo rivendicati dalla Rivoluzione francese, e i diritti della persona che proverrebbero invece da Dio, non è mai stata superata, così come non si è mai pienamente affermata la dottrina dell’uguaglianza indipendentemente dal credo religioso. Forse è anche per questo che frange del mondo cattolico vedono con diffidenza l’allargamento della cittadinanza a ragazzi molti dei quali sono vissuti in famiglie non cattoliche.

    Questo nodo non risolto lo ritroviamo nelle posizioni della Chiesa sul fine vita, altra legge approvata alla Camera la cui discussione definitiva, come è accaduto per lo ius soli, è stata rinviata a dopo l’estate, rischiando di non essere approvata prima della fine della legislatura. L’idea di fondo dei cattolici è che la vita umana non appartiene all’individuo, ma a Dio, cosicché se Dio non le pone un termine, medico, paziente e familiari non possono operare in autonomia. In sostanza, se Dio ha deciso diversamente, lo Stato non può garantire il diritto dell’individuo ad una morte dignitosa.
    Anche qui abbiamo divergenze all’interno del mondo cattolico: alcuni si dichiarano favorevoli ad una legge che lasci al medico e al paziente, nei casi dei malati terminali, ogni decisione sul proseguimento delle cure, altri invece sono contrari, eppure la dottrina ufficiale è chiara. La troviamo espressa con precisione in quel testo che purtroppo molti a sinistra hanno apprezzato: l’enciclica di papa Francesco, Laudato sì. L’enciclica ruota attorno al no alla cosiddetta “cultura dello scarto”. No dunque all’aborto, al fine vita, alla contraccezione e al controllo delle nascite, assimilati, in questa idea dello scarto, all’inquinamento e al consumismo. Ancora un no alla libertà umana dunque, perché nel cuore umano ferito dal peccato si nascondono violenza e malattia (§2). Dio, ricorda papa Francesco, non ha “affidato il mondo all’essere umano”, “la vita umana stessa è dono di Dio” (§5). E ancora “il libro della natura è uno e indivisibile” (§6), tutto è connesso, poveri, embrioni, disabili, dunque “non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto” (§120).
    L’enciclica termina con una nota di fiducia nel futuro, in uno strano futuro, quello che ci attende dopo la morte, dunque in un’eternità che costituisce l’annullamento assoluto del fatto che la vita umana ha un inizio e una fine:

“Alla fine ci incontreremo faccia a faccia con l’infinita bellezza di Dio (…) La vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati” (§243).

    Contano poco dunque queste nostre misere vicende terrene. Lotte per i diritti, povertà, sofferenze, delusioni e ingiustizie saranno tutte superate nella beatitudine eterna: la confusione tra vita e morte, tra il fine della vita e la fine della vita, raggiunge qui gli esiti più disastrosi.Il dramma nei rapporti tra la sinistra e il mondo cattolico è che quest’ultimo ha un pensiero, o meglio un insieme di credenze basate su alcuni dogmi, mentre la sinistra appare priva di un pensiero alternativo sulla realtà umana e sulla società. Non bisogna infatti dimenticare che il rapporto con Dio, per un cattolico, è più importante del rapporto interumano, e i voleri di Dio – come interpretati dalla Chiesa di Roma – contano più dei voleri liberamente espressi dagli esseri umani. Lunghe battaglie hanno per questo accompagnato conquiste civili elementari quali il divorzio, la contraccezione e l’aborto, duri scontri hanno segnato leggi come quella sulla fecondazione assistita, e oggi siamo ancora in attesa di una legge decente per il fine vita.

    Tutto questo è particolarmente grave nella misura in cui ci si accinge a costruire una nuova formazione o aggregazione delle forze della sinistra. La paralisi politica del PD, che vede il partito lontano dai temi della giustizia sociale, perché compromesso col neoliberismo, e in difficoltà su due leggi care alla sinistra come quella sulla cittadinanza e sul fine vita, perché compromesso con il cattolicesimo, mettono in evidenza la necessità che questa nuova forza politica sia nuova anche sul piano delle idee. La dialettica con i cattolici va svolta a partire da un soggetto politico autonomo da quelle credenze, e non da un paralizzante compromesso con esse. Più che “posizionarsi” in funzione del vuoto lasciato dalla deriva del PD, come stanno facendo pezzi della vecchia classe dirigente, si tratta di individuare strade che non si siano già mostrate fallimentari.