Left, 22, 13 giugno 2015


Alcune semplici verità sul debito greco
di Andrea Ventura
Cercando di superare lo sconcerto nell’apprendere che, dopo mesi di trattative, il piano dei creditori rifiutato dal governo greco ripropone le fallimentari politiche di austerità degli ultimi anni, ricordiamo alcune semplici verità. Anzitutto, come si sa, la Grecia non può restituire i suoi debiti. In realtà qualsiasi istituzione, pubblica o privata che sia, ove i mercati chiedano l’integrale restituzione dei suoi debiti entrerebbe in gravissima crisi. Il problema è che nel lungo periodo i debiti devono essere sostenibili, cioè non si devono creare condizioni che rendano i creditori diffidenti sulla possibilità che i propri prestiti possano essere recuperati. Per quanto riguarda il debito pubblico della Grecia, i creditori sono ormai, per quasi l’80%, istituzioni internazionali e governi di altri paesi europei che hanno assorbito i crediti delle banche. Dunque se il paese fallisce, è perché queste istituzioni non si fidano dell’attuale governo e rivogliono indietro i propri soldi. Eppure i vecchi governi corrotti e controllati dalle élite dominanti in Europa sono stati generosamente finanziati da banche e istituzioni internazionali. Tenere oggi il paese alle corde ha perciò il solo scopo di togliere ai popoli europei ogni speranza che, a partire dalla Grecia, tramite libere elezioni possa aprirsi una fase nuova. Non è dunque una scelta dettata da una logica economica: è un attacco alla democrazia.
Un’altra importante verità è che i 7,2 miliardi di euro che il governo greco chiede alle istituzioni internazionali non servono a finanziare spese sociali già ridotte all’osso, ma a far fronte ad alcune scadenze nei confronti di quelle stesse istituzioni (in particolare al FMI). La Grecia, infatti, ha già attuato pesantissime politiche di austerità e secondo uno studio dell’OCSE sarebbe anche il paese che nel periodo 2007-2014 ha compiuto il maggior numero di riforme. I conti pubblici, inoltre, dal 2013 presentano ha un avanzo primario, cioè i cittadini ricevono per pensioni, stipendi e servizi pubblici meno delle imposte che versano allo stato. Un accordo definitivo potrebbe invertire le aspettative – sempre decisive per l’andamento economico di un paese -, e allontanerebbe il rischio del fallimento; un default all’opposto, oltre ad avere pesanti conseguenze per la Grecia e per la stabilità europea, comporterebbe consistenti perdite per i suoi creditori: sarebbe cioè un esito nefasto per tutti.

L’altra verità spesso dimenticata è che i “soldi” in un’economia moderna sono prodotti dalle istituzioni finanziarie: in fondo sono soltanto numeretti che compaiono su schermi di computer. Non c’è dunque mai una scarsità oggettiva di denaro, piuttosto si è sempre in presenza di una scelta sul dove, come e quanto metterne in circolazione. Attualmente la BCE, con il “quantitative easing”, produce 60 miliardi di euro al mese comprando titoli pubblici e privati dalle banche dell’eurozona: questi soldi non hanno alcuna provenienza ma, come avviene in tutti sistemi finanziari moderni, nascono contestualmente a operazioni di acquisto di titoli o di prestito della banca centrale. Lo scontro dunque non è causato dall’oggettiva mancanza di denaro, ma dalla scelta delle classi dirigenti europee di persistere nelle attuali modalità di gestione della crisi. 

 
Torniamo dunque al tema della sostenibilità del debito. Un punto fondamentale deve essere chiaro: al fondo delle dinamiche della crisi vi è un gigantesco problema connesso alla gestione dei rapporti di debito/credito tra i paesi aderenti all’euro. È in conseguenza di questo di problema che tra questi paesi, piuttosto che una convergenza, si sta generando una frattura sempre più profonda. In estrema sintesi, quando un’area economica o un paese economicamente più debole accumula debiti, qualcun altro ovviamente sta concedendo dei crediti. Oltre al fatto evidente che l’indebitamento di una parte è legato all’esistenza di un’altra parte che concede un credito, e che perciò la responsabilità dell’accumulo degli squilibri dovrebbe essere condivisa, quale meccanismo può condurre alla stabilizzazione del processo o al suo riassorbimento? Esso può essere di diversa natura: fiscale, come avviene all’interno di uno stato sovrano dove sempre ci sono aree economicamente più forti in avanzo e più deboli in disavanzo; qui il governo può interviene a sostegno delle aree più deboli con la spesa pubblica e con strumenti di politica economica. Oppure i paesi che accumulano debiti possono svalutare la propria moneta, e chi è in avanzo può rivalutarla: la svalutazione, in un’economia ben funzionante, consente al paese debitore di aumentare le esportazioni nette, acquisire moneta estera e con questa pagare o contenere i propri debiti. In Europa le due vie sono precluse: non abbiamo un’unione fiscale, né i paesi in debito, privi di una propria moneta nazionale, possono svalutarla. Così i paesi in crisi debitoria, senza una propria moneta, con una sovranità fiscale limitata e con politiche interne dettate da istituzioni prive di legittimità democratica, assomigliano a paesi occupati da potenze straniere. Per essi non resta che la cosiddetta “svalutazione interna”, cioè il tentativo di perseguire l’aggiustamento con l’impoverimento materiale generato dalle politiche di austerità. Anni di crisi e di sofferenza sociale, non solo in Grecia, mostrano gli esiti nefasti di queste politiche. 
Il nuovo governo greco, al suo insediamento, ha proposto una conferenza europea sul debito. La proposta è caduta nel nulla: i rapporti di forza sono di 27 governi contro uno. I 27 governi, compreso il nostro, evidentemente pensano che la soluzione di una crisi di così vasta portata passi per il peggioramento delle condizioni materiali di vita di una popolazione già allo stremo.